RIVIERA

INAUGURAZIONE VENERDI’ 22 MAGGIO ore 17.30 GALLERIA ARTE STUDIO

22.05 / 30 . 05 . 2026

RIVIERA A META’ TRA PITTURA E FOTOGRAFIA di Stefano Termanini

Non ci sono le cose e basta. Non c’è niente, là fuori, che, per esistere, non vada reinventato. La Riviera,
a cui Carolina Italiani dedica la sua più recente personale, è, pur essa, un luogo di invenzioni, un
olimpo di miti. Altrove e spesso abbiamo visto la Riviera ligure, resa quasi metafisica, meno forse per
la virtù essenzializzante dell’arte che per l’immenso iato che oggi la separa da noi, inquartata tra le
cornici degli oli di Rubaldo Merello e Domenico Guerello. L’abbiamo vista posata sulle lastre
fotografiche di Alfredo Noack. Mitizzata nelle affiche che, tra fine Ottocento e inizio Novecento,
trasformarono la riviera dei sentieri impervi descritta nel Dottor Antonio di Giovanni Ruffini, nella
Riviera dei Fiori e nella Costa Azzurra dei soggiorni eleganti, principeschi e alto-borghesi. Ne abbiamo
letto: più recentemente nei libri di Maurizio Maggiani e Francesco Biamonti, per citare soltanto i
maggiori e contentarsi di fare due nomi che da soli riempiano la scena; prima, e stando pur sempre con
i grandissimi, nei versi di Montale e Sbarbaro; quindi, al tempo che il mito era appena in abbozzo,
leggendo i fratelli Novaro e la loro «Riviera ligure».
Da quando il mito della Riviera si è formato, finanche da quando ha cominciato a consolidarsi,
arricchendosi, poi, di ogni particolare, la Liguria ha cambiato anima e pelle. Le vecchie strade
polverose, pericolosamente tagliate a mezza costa, la carrareccia accidentata tra Sanremo e Bordighera,
dove miss Lucy, sbalzata, si rompe la caviglia e viene soccorsa dal patriota dottor Antonio, sono state
sostituite da viadotti a quattro corsie (troppe per non violentare il paesaggio, eppure poche ormai per il
traffico incalzante dei finesettimana!), nastri di cemento sospesi, che dal cielo gettano strisce d’ombra
sulle valli tuttora ulivate di Diano, Alassio, Laigueglia, Imperia. I sentieri, quelli che restano, fanno
parte della riserva indiana della FIE o del CAI, contrassegnati da bandierine e calcati, fino a che non
emergano dal fondo le vertebre d’arenaria dell’Appennino, da entusiasti gitanti che, rigettate per
sempre le crinoline di miss Lucy, salgono e scendono appuntati in maglie sgargianti di microfibra,
scelte lungo le passerelle etichettate «escursionismo», nel labirinto sprizzante salute potenziale dei
magazzini Decathlon.
La pelle, che era fatta di polvere luccicante di mare, è ora di futuristico acciaio, di pragmatico cemento.
Rotto per sempre l’incanto, ora che preservare ha preso l’austero significato di proibire, ci si domanda
se l’anima c’era. Se ancora c’è.
Mi pare che il punto sia qui – c’è sempre un “punto”, l’elemento che impedisce di compiersi al dramma
frangibile della gravità; il “perno”, che regge, che motiva, che giustifica, che “tiene”. Dire quel che c’è
dietro: dietro la bellezza della «Riviera», della «Liguria Verde», di cui ci narrano gli acquerelli di
Carolina Italiani e le fotografie di Roberto Orlando. Ogni volta che ho cercato di misurarmici, per
immergermici e per raccontarla, ho trovato che la pittura di Carolina Italiani abbia la capacità di
mettere a nudo, svelandoli senza mediazioni, gli elementi puri: il mare, il cielo del tramonto, le nubi,
l’acqua e il vento, così come si intrecciano e si impastano durante una mareggiata; le rocce su cui l’onda
si infrange. Questo mi piace forse più d’ogni altro carattere, il sapersi mettere a-tu-per-tu con le cose, e
per la «Riviera» – proprio perché, trattando di «Riviera», prima delle cose, ci viene incontro il loro
mito – mi pare che ce ne sia anche più bisogno. Perfino più dei colori, che Carolina Italiani dosa con
sapienza sulla superficie della carta fin quando, coprendola, ne fa una superficie seconda, diversa e
nuova. Nella pittura possono esservi gli oggetti – la pittura li riproduce e li contiene. Oppure le
superfici. Mettere le superfici dentro la superficie fa parte del mistero dell’arte. Ci riesci non per caso.
Ci riesci se sei un artista: sia che scatti con il pennello, come Carolina, sia che dipingi con l’obiettivo
fotografico, come Roberto.
In uno dei suoi acquerelli, Carolina Italiani lo chiama: «Il respiro del mare». Quando si tratta di
descrivere con il colore nelle sue velature, nei suoi impasti, nelle sovrapposizioni lievi, nelle densità dei
pastelli, nella leggerezza via via più opaca dell’acquerello che vibra della tramatura della carta ove si
posa, Carolina Italiani trova una sorta di suprema chiave d’accesso al mistero della natura, che è la sua

bellezza. Il mare verde e oleoso, così come appare dinanzi alla baia di Niasca, quello azzurro, quasi lo
si imprimesse sulla superficie dell’opera traendolo da dietro il vetro trasparente di un acquario
insinuato nella baia di Portofino, tutto armonioso e ripensato; eppure tutto nell’ordine che la Natura
stessa ha preordinato, che gli ha dato.
Il mare che s’arruffa cipiglioso, concreto e astratto nel «Tubo». La rappresentazione di un’onda che, pur
riferendovisi — e come si potrebbe non farlo? — alla celebre onda di Hokusai, ha un piglio romantico
e scapigliato, a differenza dell’estaticità simbolica del suo modello; il mare e il cielo di gommalacca,
stesi a mattarello, attraverso la feritoia che s’affaccia sul porticciolo di Camogli nel quadro dello stesso
nome («Camogli»). La distesa piatta, solenne, dove lo spazio e la luce diventano suggerimento di
silenzio in «Tramonto a San Michele di Pagana», acquerello del 2025. E poi i cieli: i cieli corrugati,
ove la tempesta s’irradia come acqua che penetra e si dissolve nelle petrose screpolature di un deserto,
cieli che chiudono nell’armonia di un minuetto le giornate su cui, dominandole, si sono distesi come
manti e l’hanno protette, che reggono, impenetrabili ai raggi di luce morente che annunciano il giorno
che verrà – perché quella che ne decide l’esito è l’ora eterna e immota. Cieli alti anche quando sono
bassi, luminosi, seppure il temporale è passato da poco o si attende vicino; cieli che fanno pensare a
prospettive mentali, al luogo che non c’è, a un posto dentro di noi, a una ricerca che sta per finire senza
essere mai cominciata, o che ricomincia ogni volta che viene tentata, perché, la prima volta che
qualcuno ha intrapreso la via che oggi, per noi, è nuova, ciò che chiamiamo “tempo” doveva ancora
inventarsi. Era nascosto dietro l’orizzonte. Niente mai c’era stato che ancora gli assomigliasse.
Immoti si presentano i cieli di Carolina Italiani, pur sopra una spiaggia assolata, come in «Spiaggia di
San Fruttuoso», acquerello del 2026, o fanno corona a «La Baia dei Poeti», acquerello del 2026, dove è
tutto un riflettersi e un cercarsi di azzurri: la piscina, l’ombra, il mare della baia, il cielo inossidabile
sopra di essa. Talvolta sono chiazze oleose, dove la luce è protagonista e vi affonda, ottenute con
liquide pennellate, distese carezze sulla superficie, tanto quanto la luce stessa nell’originale che si
immagina e si trasforma; o tanto quanto doveva essere l’istante che nell’opera si ferma («Albero sul
mare», 2026). Uguali si presentano gli azzurri del mare, del cielo e della terra, sia che Carolina Italiani
li cerchi e li rappresenti come li ha visti al termine di qualche riuscita escursione alla «Spiaggia degli
Inglesi a Bergeggi» (2026), o nella «Baia di Paraggi» (2026). O quando, pur conservando quella loro
immota purezza, che li rende da mille altri diversi e distinti, si trovano a convivere con l’umanità che li
popola, come per esempio in «Approdo a Portofino» (2026), o ancora nella «Spiaggia di San
Fruttuoso» (2026).
Questa ricerca degli elementi puri – quello che c’era prima che la Riviera fosse mito e che esso si
cristallizzasse – è ciò che più mi piace della rassegna che Carolina Italiani ci presenta in questa
primavera del 2026, concatenando fra loro opere nuove e meno nuove, soggetti che nascono
dall’osservazione diretta e soggetti che Carolina prende a prestito dalle immagini di Roberto Orlando,
pubblicate in «Verde Liguria» (Stefano Termanini Editore). La catena, dicevo, il collegamento,
l’impianto, il filo — che questa volta non è rosso, ma più che rosso è azzurro — lo si deve alla ricerca
di un’essenza e di un racconto; più un’essenza, anzi, che un racconto. Perché se la Liguria è stata
raccontata in letteratura e dai suoi poeti più grandi per il lavoro che l’ha forgiata, il lavoro che ha
domato le sue asprezze, Carolina torna indietro, riavvolge il nastro, ci riconduce ai primordi, al prima
che ogni altra cosa fosse.
Ciò non significa che la Liguria che qui ci viene offerta, nella doppia e complementare forma della
«Riviera» di Carolina Italiani e nel «Verde Liguria» di Roberto Orlando, abbia perso la possibilità di
essere raccontata, che non vi si possa, anzi, avanzare standovi dentro, come sarebbe camminare su un

sentiero della nostra, aspra e sorprendente, regione. Le olive si raccolgono con le reti stese ai piedi di
olivi centenari e sembrano un abito di luce (o d’acqua), così come nella fotografia di Roberto Orlando
da cui Carolina Italiani trae ispirazione; e non v’è spazio per il lavoro dell’uomo che sparisce dentro i
suoi timidi indizi. La progressione dei tronchi contorti assorbe la nostra attenzione e il nostro sguardo.
Quel che ci avvince e ci “porta dentro” la storia che l’immagine narra è sapere che la loro contorsione
non è opera umana, non lo è il declivio del pendio ove si radicano: le reti che vi s’appoggiano paiono
dimenticate lì fin dalle premesse del mondo. Un paesaggio educato con la stessa armonia su cui si
adagia il lavoro umano, quasi che fosse questa la cifra segreta della bellezza. Non c’è niente che
l’oscuri, il rischio che vada consumata non c’è, né che altro, splendendo meno tenuamente, vi si
sostituisca o l’accechi.
Fermo lo sguardo sulle quattro arcate dell’abbazia di San Fruttuoso, giù in fondo sulla scena: quattro
gole, quattro ombre da cui si dipanano le quattrocento chiazze d’ombra sulla lucida superficie del mare.
Per il volto delle case rivolte al mare, sabbioso anch’esso o del color della pietra, come sono di pietra in
Liguria le spiagge, pezzi di scoglio frantumato dal tempo. Citando il mare che si insinua fra gli scogli,
fra la scogliera di Nervi in un acquerello del 2019 («Nervi»), Carolina Italiani pare voler citare certe
opere dei maggiori autori dell’Ottocento, alcuni esemplari della cui produzione si conservano proprio
alla Galleria d’Arte Moderna (GAM). Davanti, sul mare, resiste quel plein air da cui certi antesignani, a
cui la pittura di Carolina si ispira, hanno tratto il proprio modello dove l’hanno trovato: nel vero. E
Carolina, pur consapevole della trasformazione culturale a cui mare e scogli e cielo e terra e vento e
aria sono stati soggetti, ritorna alle sorgenti per riguardarle così come impone la superbia della terra o
della regione che si propone di descrivere – la rifà da nuovo, senza filtro.
È lo stesso: dove la rappresentazione è più sintetica e macchiaiola come in «San Fruttuoso di
Camogli», acquerello del 2024, e dove invece le striature del pastello indugiano con minuziosa penuria
a secernere ogni scampolo d’onda quasi fossero fila di un pagliaio per un istante ricomposto e subito
risfrangiato. Una forma fra l’infinito molteplice, un’istantanea del tempo, il momento in cui tutto
potrebbe fermarsi per poi scomparire come in «Marina al tramonto» (pastello, 2026), e in «Verso sera»
(pastello, 2026). In questa produzione più recente di Carolina Italiani gli elementi della natura si
fermano; ad essi la pittrice è tornata e questi la carta ci ridà fermi, proprio perché fermi non stanno mai.
Immobili perché sempre si muovono, vicini perché in realtà sono impossibili da afferrarsi e lontani –
tanto da divenire addirittura remoti, immoti.
La ricerca di Carolina, nel più recente periodo che «Riviera» documenta, ferma l’armonia naturale.
Dice che un momento equivale a sempre e lo fa anche nella sezione floreale, splendida per colori e
forme e per l’accostamento con cui gli uni e le altre fra loro s’impastano: composizioni di fiori dipinte
durante l’esposizione di Euroflora dello scorso anno, ispirate alle opere di Margherita Cao Caumont. La
disposizione di forme e colori riempie lo spazio dell’opera, l’incipiente appassimento diventa qui luce,
il colore sfavilla prima di imbrunirsi. L’arte effimera di Margherita Cao Caumont, la composizione di
fiori e il suo fatale declino, durano nell’opera di Carolina Italiani. Non con il nitore di una foto, che, in
questo caso, ne falsificherebbe la bellezza della tenuità, il carattere precario e transeunte. L’acquerello
conserva, dei fiori, la luce brillante, il colore; ne suggerisce la fragilità; ne anticipa il rapido appassire.
Mi riferisco, in particolare, a «Composizione di fiori 1» (2025), e «Composizione di fiori 2» (2025).
La sola storia possibile, ci dice questa nuova mostra di Carolina, è quella del tempo e del nostro più
intimo desiderio di romperne lo schema perché ciò che accade una volta continui ad accadere — sia il
tocco di luce sulle gocce d’acqua di un’onda sia il riflesso o la trasparenza di una baia, sia la
disposizione dei colori, dei petali, in una composizione di fiori, sia il cielo che quasi si dissolve,

oscurato dalla «Pioggia dei glicini» (2024), o bianco per il troppo calore che sale sopra la collina
verdeggiante di Portofino in un pomeriggio d’estate, o quasi tragico, come dovrebbe esserlo ogni
tramonto. Il tempo ci dice che ciò che esiste scorre e cambia, che niente può essere uguale a sé stesso.
Come nel frammento di Eraclito, anche soltanto il minuto che segue al minuto che è stato un minuto
prima, già non c’è più. È andato via, è scorso. È caduto nella fossa del passato.
Questa è la lezione: l’arte ne è la medicina. Ora ciò che altrimenti sfugge si salda dinanzi a noi, per noi,
intorno a noi. Quello che è trascorso forse non c’è più; forse c’è ancora sulla carta, nei colori,
nell’impronta che guardando l’opera di Carolina Italiani si imprime dentro di noi, per continuare a
esistere dove il tempo non ha potere, dove non giunge, dove non si conta.
Stefano Termanini (22 maggio 2026)