Era un foglio bianco

Catalogo delle Opere Esposte

Comunicato Stampa

Sabato 2 dicembre alle 17,30, presso la Galleria Arte Studio, il Basilisco, in piazzetta San
Giovanni il Vecchio 2 (Genova), verrà inaugurata la mostra personale di Carolina Italiani
«Era un foglio bianco». Presenterà Stefano Termanini. La mostra, comprendente una
quarantina di opere, tra acquerelli, pastelli e tecnica mista.sarà aperta (orari: lun. sab 10-
12,30/15,30-19,30) per l’intero periodo natalizio.

 

Un paio di settimane fa, a Genova, il Premio Nobel Orhan Pamuk ha raccontato, raccontando il suo libro più recente Ricordi di montagne lontane, il suo rapporto con la pagina bianca. «Scrivo a mano – ha spiegato al giornalista che lo ha intervistato – perché allo schermo bianco preferisco il foglio bianco». Misurarsi con il «foglio bianco», che ogni opera è, prima di essere “opera d’arte”, è il tema di ogni artista e dell’arte in sé. 

Con la mostra che si inaugura oggi, «Era un foglio bianco», Carolina Italiani apre una breccia, che subito diventa un solido legame, fra séstessa, in quanto artista nell’atto di creare, e chi guarda. La creatività è – sostennero, tra gli altri, Albert Einstein e Henri Poincaré – una capacità spiccatamente umana (oggi è in dubbio se possa definirsi esclusivamente umana) ed è una capacità “combinatoria”; un atto dell’intelligenza in cui, rielaborando e ridando dimensione, forma e collocazione alla conoscenza che abbiamo assimilata, si fa qualcosa di nuovo. Pensiamo alle parole: alle parole che usiamo ogni giorno nella nostra conversazione famigliare e che sono le stesse che compongono i capolavori della letteratura, dalla Divina Commediaai Promessi Sposi, dalle tragedie dell’Alfieri ai romanzi e ai racconti di Cesare Pavese e Italo Calvino. Sono diverse nella disposizione, intessute fra loro secondo gradi di complessità e articolazione, ma sono pure sempre le stesse. Pensiamo alle note, che sono appenasette e che, composte e ricomposte, allungate, abbreviate, trattenutee mescolate, danno vita, tanto per dire, alle Variazioni Goldberg di Bach, alla sinfonia Jupiter di Mozart, alla Quinta di Beethoven, ai 24 Capricci di Paganini, alla ninnananna che intoniamo (magari stonati) sopra la culla di un bambino cercando di addomesticarlo e, magari, di farlo addormentare. Pensiamo ai colori, che – è vero – sono infiniti, ma che si riducono, in fondo, a una ben esigua tavolozza di primari: Leonardo da Vinci, che nel suo Trattato della Pittura li chiamava “semplici”, li individuava nel bianco, giallo, verde, azzurro, rosso e nero. Noi, oggi, nella fotografia e nella stampa, sia analogica che digitale, definiamo primari il rosso, il verde e il blu, in caso di sintesi additiva, e il giallo, il magenta e il ciano per la sintesi sottrattiva. Come che sia, si parte sempre dal poco. La creatività, i suoi elementi e i suoi passaggi sono la struttura che l’intelligenza dell’artista e la sua arte danno al poco. Quando si mette dinanzi al foglio bianco, Carolina Italiani, come ogni artista, si pone un tema, lo arricchisce di elementi, che, per una pittrice sono la memoria delle molte osservazioni, delle molte “visioni”, fino a che le idee, sedimentate nella coscienza e nell’inconscio, danno luogo all’opera. La soluzione, l’intuizione o, come dicono i teorici del processo creativo (Graham Wallas, Joseph Rossman, Alex Faickney) l’insight.

Ricerca sulla creatività – e sulla propria, in particolare, colta nei suoi momenti più alti, senza alcuna stanchezza mai – la personale di Carolina Italiani «Era un foglio bianco» ripercorre alcune tappe della vita della città. Genova patria delle competizioni di vela, con l’Ocean Race, lo scorso giugno, è il soggetto della sezione «Vela», dove si ritrova la forza ingenua e terribile del mare schiumoso – un mare che, quando si flette e s’incurva, quando diventa onda, non cela il ricordo dell’essenzialità di Hokusai. Ci sono, in questa sezione, la conoscenza della vela e del mare (Carolina è, oltreché pittrice, velista) che rende emotiva e vera la descrizione, mista di solitudine e forza, delle grandi barche oceaniche da gara. Sospesi, in questa sezione, sono certi sguardi orizzontali, oblò aperti su mari colore del piombo, appena placati nel movimento e ancora torbidi e affoscati: sa il vecchio marinaio che il mare dorato e pieno di bellezza può diventare crudele e perciò lo rispetta. Certi oblò che sono sguardi rapiti a mondi primordiali, veli appena discosti oltre i quali si mostra qualche remoto angolo di oceano, estraneo e vuoto, tanto diverso dal Mediterraneo genovese. 

Due altre sezioni, non minori nell’ispirazione di Carolina Italiani, per quanto meno numerose in questa mostra, «Montagne» e «Paesaggi», mostrano scorci di montagne valdostane e affacci su giardini e tratti di costa. L’acquerello, in queste opere, messi da parte i dettagli, allenta larghe campiture di colore uniforme, “macchie” (nel senso della tradizione macchiaiola) e luci, evocazioni. Il mare, visto da sopra, da un sentiero dominante Punta Chiappa, è un campo reticolato di azzurro e di schiuma, una più densa atmosfera, dietro l’atmosfera su cui si appoggiano gli alberi, un cielo più cielo che riflette da ogni parte la luce solare e che, nel silenzio, offre un ristoro che ha la forza di imporsi e fugare ogni pensiero.

Genova, infine, che è pur sempre al centro dell’ispirazione di Carolina Italiani. Come in altre sue mostre personali, anche per «Era un foglio bianco», Genova ha il ruolo che le spetta, centro gravitazionale, punto di fuga di un pensiero che trae dalle forme e dai colori della città le forme e i colori di cui il «foglio bianco» si riveste per diventare opera d’arte. Genova è il suo mare, con cui si identifica, fin quasi a coincidere. Il suo cielo è acquoso, così appropriato sotto il pennello acquarellante di Carolina Italiani, sia che appaia terso e luminoso, sia che nuvole si aggrondino sull’orizzonte. Ancora una volta, Carolina Italiani spiega le forme e, pur rifasciandole di colori, le mantiene intatte. Ce ne dà il risalto alla luce della sera – una luce di taglio, quasi sempre, che assimila queste opere alla stagione in cui ci stiamo addentrando. Genova è un sovrapporsi di piani – la cintura dei grandi palazzi storici è il primo, l’ultimo è l’aria. 

Nelle opere nuove che Carolina Italiani dedica, per questa sua mostra, alla sua città, Genova si presenta come città terreste e celeste, sotto immensi, filanti cieli tramati di sensibilità e sostanza, corposi di pensieri, progetti, serene volontà. Cieli che sono il respiro di Genova, che con una dolcezza ingenua e abituale, accarezzandone la griglia delle gru sul fondo, le guglie e i campanili, l’alzano e la confortano in una concentrata permanenza, l’isolano in un distacco celeste. Domani – dicono certi tramonti – sarà un oggi più vero, tanto quanto, diventando ieri, l’oggi screpa e trasogna. 

Nella sera di un violetto mistico, le antenne protese, le gru, le vele, le nere sagome dei palazzi verso Ovest, dove l’antico occhio del porto si chiude e dove si accende la Lanterna, la trama del foglio bianco è la vibrazione – il respiro – di un mondo che vive e che sosta, in un intreccio sentimentale di relazioni di luce. La luce è una pelle sulla città e sulle cose: liscia, tesa, sfumata, espansa o ritratta, traslucida, quasi opaca, lieve e leggera quanto basta per far vedere, al di sotto, le tramature di un sangue che pulsa di vita urbana. Genova è, negli acquerelli di questa nuova personale di Carolina Italiani, una città di grandi cieli, di audaci prospettive, di equilibristici percorsi; una città proposta in angolature rinascimentali, eppure naturalmente piranesiana, per via di quella sua sostanziale incertezza, elevata sul punto in cui la montagna sprofonda verso il mare. Una città leggera che, al confronto con la Natura, rimpicciolisce e che, in certe sere affocate, è quasi sfaldata e irreale – tanto quanto è reale, invece, la selva dei suoi tetti sagomatidi nuvole e di cielo.

È da un anno appena che il vasto pubblico dei non addetti ai lavori può, andando su Internet, fare esperienza degli algoritmi dell’intelligenza artificiale. Se ne è parlato molto, moltissimo, in questi ultimi mesi e si continua a discuterne. Credo che ci siano ottime ragioni per farlo. Le macchine che furono dirompentementeintrodotte nel mondo del lavoro e nella società, furono viste, al tempo della prima Rivoluzione industriale, come una minaccia per l’uomo. Messe al posto della forza delle sue braccia, le braccia della macchina erano tanto più forti, efficaci ed economiche delle braccia di qualsiasi lavoratore. Adesso l’intelligenza artificiale pare minacciare l’uomo nelle qualità che abbiamo – finora – considerato come sue esclusive: la creatività, fra queste. Oggi l’intelligenza artificiale scrive, compone, disegna e dipinge. Il fatto che riesca ad essere originale a partire dalla rielaborazione di quei miliardi di testi, brani musicali e opere d’arte visiva di cui è stata imbottita, ci dice molto sul “mistero” della creatività e su quanto esso sia, per una sua buona parte, cultura – e cioè aver visto, aver letto, aver conosciuto. Ci induce a pensare, addirittura, che l’intelligenza sia, almeno per sua buona parte, la conoscenza delle soluzioni intelligenti per ciascun problema e la flessibilità necessaria a riadattarle a ogni nuovo contesto. Qualcosa, però, manca. E Carolina Italiani, come tutti i veri artisti, ci dice, per mezzo della sua opera, che cosa sia ciò che manca agli immaginari e complicati paesaggi generati dall’intelligenza artificiale. Che cosa sia quello che non c’è nelle città immaginate dall’intelligenza artificiale e pur ben dipinte, che invece troviamo, in particolare, sui tetti, negli orizzonti, nella luce, nei cieli della sua Genova. Non è soltanto – benché non sia poco – il segno della dedizione dell’artista, del suo pensiero, la qualità dell’“essere fatto a mano”, che pure rende unica ogni opera. È il suo sentimento, messo dentro le cose; è il sentimento che le fa vibrare. Nel caso di Genova, con i suoi profili nitidi e smagliati, con la zoppìa discorde di certe sue forme, ora alte e altissime, ora basse e piatte, com’è il mare, com’è il suo cielo, come sono certi suoi diritti, geometrici orizzonti, non v’è dubbio che questo sentimento sia un sentimento di intima affezione. Anzi no, riconoscervi un’“intima affezione”, che pure c’è, non basta. Dobbiamo dirlo altrimentiquesto sentimento, nonostante l’austerità che a Genova rende difficile pronunciare questa parola: è, infatti, un vero sentimento di amore. Un amore che apre finestre di luce sulla città, che la fa comprendere; che ci contagia, che ce la fa amare di più.

Stefano Termanini, 2 dicembre 2023

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