Armonie di luce

Mostra personale alla Galleria Arte Studio  presentata da Stefano Termanini

La pittura di Carolina Italiani rasserena. Sarà per l’armonia che ne traspare. O per la leggerezza, forse, che non cede alla superficialità, ma si libra, partendo dal disegno che intaglia le forme e dal colore che dà loro volume.

Carolina ama i cieli, che rappresenta alti e luminosi, cosicché è la carta bianca a rilucere, dietro l’ingombro azzurro e polveroso delle nuvole; dove l’altezza si esprime più e meglio perché c’è un diaframma a mettersi in mezzo e a far da ostacolo all’occhio che subito vorrebbe fuggire, lontano.

A Venezia, che è una delle “sue” città, luogo dell’anima e d’elezione, Carolina rende netti i volumi delle Procuratie, che avevano affascinato anche Guardi e, prima di lui, Gentile Bellini, sotto lo splendore malinconico di un crepuscolo d’inverno. Ripensa al passaggio di tanti: passanti moderni che sono uguali agli antichi. Ma, quando piove, se è già scesa la notte, il muro delle Procuratie diventa compatto e riflettente come un edificio di Frank Lloyd Wright e la luce si espande, dilava verso terra, dove ridisegna forme che, sul davanti, paiono svanire per troppa intensità. Qui e altrove, la luce agisce liquefacendo spigoli e assi e le forme discendono per gravità, molli come cera di candela. Il colore scivola via, sulla carta, affondando qua e là nelle fibre, mentre su altre appena appena passa e ridà il senso di un tremito che è respiro ed è marea.

Genova, a differenza di Venezia, è netta e sfavilla. Nelle tele che Carolina dedica a Genova, di cui, come a una dama di dorica bellezza, fa il ritratto, le cromie sono nette e intense. I toni sono pieni e puri: Genova composta e suonata, come un quartetto d’archi in do maggiore. Linee che non vacillano, sentimenti geometrici, tagli industriali. Genova spazzata dalla tramontana, colle nuvole sfilanti nel cielo, quasi messe in centrifuga. Sono diversi, negli acquerelli di Carolina, i cieli di Genova e di Venezia, che mi fermo a guardare: più leggeri, quasi sempre, i cieli di Genova e, quando sono aperti sul mare, quasi oceanici, quasi cieli d’altura. Più umidi, a Venezia, e tondi, pigri a sollevarsi da un contatto troppo intimo con forme che, per lunga consuetudine, sembrano aver modellato.

Vedo un fronte di case: l’antica Ripa, che ha perduto i contorni, smorzata nella durezza delle sue forme, vibrante come è vibrante, al di sotto, l’acqua; eppure più solida del cielo, che, globoso, si sfa. I colori sono pieni e gioiosi. Squillano, i colori, sulla carta bianca, al punto che la città, che fino a poco prima si riconosceva, si dilegua. È forse, invece di una città nota e amata, un sipario colorato e gioioso, una trasfigurazione che rende il passato al presente, come se il prima e il dopo non avessero più alcuna importanza.

A volte Carolina sente il bisogno del segno pittorico – più spesso no, più spesso fa oscillare le forme, rotolare le nuvole, sgocciolare la luce. Lo coglie mentre intensamente guarda. Sono gli spigoli delle case e le aste dei lampioni, le quadrettature delle finestre, le linee dritte delle architravi e dei tetti. Rendere la solidità del volume sulla tela, la tridimensione nella bidimensione, è una lusinga che sfida. Nascono così le distese dei tetti che, se sono i tetti di Genova, si chiudono quasi sempre con il limite, erto e orgoglioso, della Lanterna, potente anche quando sfuma, nel cielo serale. Nascono così, da questa stessa suggestione di estrarre dal vero una geometria fatta di linee pure, i quadri di barche, con gli alberi tutti allineati e paralleli o inclinati, mentre gli scafi bolinano in competizione o restano appoggiati su una superficie immobile, sì che l’attenzione di chi guarda va alla coda di luce che, scendendo, verticale e tremula, viene verso di noi. Linee ci sono in ogni scorcio di natura e sono, quasi, dentro quella, il segnale di un artificio: le linee del Canal Grande, delle bricole, il solco dell’aratro tra i filari di una vigna.

Nelle opere più recenti di Carolina ritroviamo l’acquerello, che è preciso nelle campiture e definito nei limiti del disegno, eppure acquoso, come deve essere per restituire sulla carta il gioco di ombre e di luci – arabesco e armonia – su una pavimentazione veneziana; il pastello, che fa ricordare Sirotti e Ginepri; l’inspessimento materico che Carolina dà all’olio, mescolandolo con sabbia o con grani di sale, perché le superfici siano corrugate e la luce, posandovisi, sia più vibrante. La varietà delle tecniche suggerisce, così come suggeriscono i soggetti, anche se la mano è sempre la stessa. Simile è l’armonia, che Carolina persegue. Un’armonia che, come si richiede alla musica perché sia compiuta, qui passa dal gesto alla forma, al colore. E dal gusto della rappresentazione di per se stessa a un’intensità che dura, perché si continui a guardare e a scoprire.

 

Stefano Termanini

stefano.termanini@gmail.com

 

 

 

 

The painting of Carolina Italiani transmits quiet and serenity. May be because of the harmony it conveys.  Or, perhaps, because of the lightness with which shape and color are created through the drawing.  When I look at Piazza San Marco, with half of the Basilica facade   and the small tables of the most famous coffe bar  well arranged  in front of it, I am not looking at a post card, but I rather feel part of a real scene, quiet and alive, with tourists and citizens walking around, children playing and waiters  tiding up.  Her painting invites me to step into the square,  harmonizing  my hurried walking  with the calm rithm  suggested by the image.

Carolina loves open  skies that she paints high and bright on a shining white paper crowded  with dusty blue clouds.  In her  urban subjects or in her harbour scenes, almost always christallized, the interconnection of the reflected lights becomes thicker: such as on the shining hull of a  docked ship or on the rough surfaces of the two stone giants flanking the entrance of an ancient building in the trafficated XX Settembre street,  as we see in another work.

Here she is captured by one detail that she isolates and carefully shapes,  there she favours the whole composition within an enlarged glance. In another work the same XX Settembre street seems to roll down swallowed by the night atmosphere.  Here the light, an artificial light which is not bestowed by the sky  but  rather delivered by the artificial,  suspended  brightness of the urban night,  coagulates in a clot between earth and sky similar to a star.  But the clot is more violent than a star, it is heavier  and almost pushes the shapes and the perspective foreward  towards the   the Monumentale bridge, precipitating between the cobalt of the sky and the reds of the facades.

Other times Carolina plays with a sense of roundness or flatness, like in the watercolour where a sailing boat is  moored in front of the Genoa Yacht Club. The Prussian blue of the hull, the yellow of the building, the light blue of the glass windows and the green of the trees, all merge together on the same palette.  And then, the pink of the palaces languishing in the air against  the grey roundness of the sky.

In Venice,  one of “her” cities,  a place of the soul and of election,  Carolina paints the sharp volumes of the Procuratie which had already enchanted Guardi and , before him, Gentile Bellini, under the melancholic splendour of a winter sunset.  She thinks of the presence of many persons, modern and ancient. When it rains, in the dark of the night, the wall of the Procuratie becomes compact and reflecting similar to a building by Frank Lloyd Wright. The light expands, spreads towards the ground and reproduces shapes and shadows.  Both here end there the light acts by melting edges and shafts, and the shapes descend by gravity like the wax of a candle.

Genoa, contrary to Venice, is sharp and shining. In the canvas that Carolina dedicates to Genoa of which she paints the portrait as  if it were a lady of ancient beauty, the colors are clear and intense.  The tones  are full and pure, Genoa composed and executed like a string quartet in C major.  Lines that do not swing,  geometrical feelings, industrial shapes. Genoa swept by the north wind, with flying clouds rotating in the sky. The skys of Genoa and Venice that I am looking at are different :  Genoa’s skies are almost always lighter and , when open on the sea, they become oceanic, almost high seas skies.  In Venice they are more humid, lazy, unable to detach from the profound contact with the shapes  of which they seem to be part.  I see a line of houses, the ancient Ripa whose contours are shaded and attenuated in their hardness, against  the vibrant water . Colors are dense and joyful.  Colors blare on the white paper , almost making the prevously sharp  lines of the buildings blurred  and shaded.  Perhaps, the place, well known and loved, becomes a colored curtain where present and past merge and live together.

Sometimes Carolina feels the need to use a pictorial sign, but not always. More often she draws swinging shapes, revolving clouds, dripping light.  She looks at the corners of the buildings., at the posts of street lights, at the windows squared glasses with intense attention.  To be able to reproduce the solidity of volumes on the canvass, from tridimension to bidimension, is a flattering challange. Therefore here is the stretch of roofs that, in the case of Genoa, converge into the superb limit of the Lanterna, strong and powerful even when shaded off in  the evening sky.

Her boat paintings,  born from her desire to extract from the real landscape a geometry of pure lines, show strings of masts,  all parallel or tilt,  on hauling bowlines, either competing or resting on a motionless sea surface.  We are attracted by the trembling reflecfted light wich moves towards us.  Lines which are present everywhere in nature as the result of man’s made mark:  the Canal Grande banks or the furrow of the plough between the vines.

In her more recent works, Carolina goes back to watercolours, precise and well designed, and yet watery as it should be when the intention is  to reproduce on paper the dance of shadows and lights on a Venitian floor.  While her pastel drawings remind us of Sirotti and Ginepri ,  her oil paintings,  whose texture is made thicker  by adding sand or salt grains,  acquire a corrugated look and confer a more vibrant essence to the light.  Different techniques and different subjects mastered by the same hand.  The harmony is always there. As in music ,the harmony goes from the gesture, to the form and colour.  The pleasure of the representation conveys a long lasting intensity as well as  the desire to persevere in  looking and discovering.

Stefano Termanini

stefano.termanini@gmail.com  taduzione di Ambretta Adamoli Tasso

 

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3. Milano verso sera “ olio su carta e sabbia applicata su tela 40 x 50 cm
Riflessi Veneziani
“Riflessi Veneziani” 40 x 40 cm 2017

 

Carolina Italiani
11. Piazza San Marco , olio sabbia su tela 40 x 50 cm 2017
13.impressioni di Punta Chiappa -pastello e tempera su cartoncino
13. Impressioni di Punta Chiappa in estate ,pastello e tempera su cartone 25 x 30cm 2017
18.tramontoapastello
18. Tramonto sul porto di Genova ,pastello su cartoncino fabriano 15 x 30 cm 2017
22.campniledi san giorgio
22. Particolare del campanile della Chiesa di San Giorgio,acquerello su carta Arches 20 x 30 cm 2017
Al rientro dalla Regata 2016 ,acquerello.
Porticciolo Duca degli Abruzzi
24.tramonto baia sil
24. Tramonto alla Baia del silenzio , olio e sabbia su tela 20 x 60 cm 2017
25.arriva la sera sul porto antico
25. Arriva la sera sul Porto Antico , olio e sabbia su tela 20 x 60 cm 2017
"Roma "
26. Roma, olio sabbia su tela 20 x 20 cm 2017
"Milano"
27. Milano, olio sabbia su tela 20 x 20 cm 2017
3Pilotina dello YCI ,acquerello su carta Arches 30 x 40 m 2016
“la pilotina dello Yci”acquerello su carta Arches”30x40cm
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“il bosco”acquerello su carta Fabriano 30 x 40 cm”

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